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Cenni storici

La Città di Caraglio

 

 I  Liguri, i Celti e  i Romani

 Duemila cinquecento anni fa, le nostre terre,  scarsamente abitate da tribù di liguri, furono invase con successive ondate migratorie da una popolazione che già  occupava l’Europa centrale. I nuovi arrivati, attirati dalla fertile pianura padana, denominati Galli dai Romani, chiamavano se stessi Celti. Allevatori di bestiame, abilissimi artigiani e forti guerrieri, in Italia si scontrarono con gli Etruschi, poi con i Romani che dapprima vinsero e terrorizzarono.
I Romani riuscirono solo dopo aspre guerre, condotte da Giulio Cesare e da Ottaviano Augusto, a sottomettere i Galli e ad imporre la loro forma di governo ed i loro usi e costumi.
La conquista romana portò alla fondazione di varie città, collegate tra loro da strade ben tenute; fu imposta una nuova struttura amministrativa con la ripartizione del territorio tra tribù; la terra coltivabile venne misurata e suddivisa in zone rettangolari, dette centurie, di duecento iugeri. 
Nella piana ove ora è la frazione di S. Lorenzo, sorse un agglomerato romano di una certa consistenza, una res publica appartenente alla tribù Pollia, posta sulle strade che portavano a Pollenzo e a Pedona e da lì alla Provenza. L’importante via Monea (via munita = via accudita, praticabile), attraversava il territorio e su di essa transitavano i tributi versati all’erario e il sale estratto dal mare ligure. Come si chiamasse la cittadina romana non è ancora ben chiaro: le lapidi che la citano riportano il nome in forma abbreviata. Gli studiosi propendono per Forum Germanorum e pochi dubbi ormai sussistono sulla sua localizzazione proprio all’attuale S. Lorenzo, dove nel 1976 si scoprirono anche i resti di un impianto termale. Le campagne attorno erano abitate, come provano i ritrovamenti di pietre scolpite, di tegoloni, di tombe, di corredi funerari, di muri effettuati in varie zone del territorio comunale.
 
Il  Medioevo
L’antico centro abitato durò molti anni, sopravvisse al crollo dell’impero romano e alle invasioni barbariche. Si affermò una nuova religione, la cristiana. Pietre tombali rinvenute nell’agro caragliese attestano la presenza e la dominazione dei Longobardi e dei Franchi La lapide mutilata, citante “crestiani fossores” lascia ipotizzare che nella zona di S. Lorenzo vi fosse un cimitero paleocristiano probabilmente annesso ad   una pieve.
Nell’ordinamento feudale disposto da Carlo Magno le nostre terre appartennero alla contea d’Auriate della quale ignoriamo ove fosse il centro amministrativo, ma tra le varie ipotesi avanzate dagli studiosi anche l’antica cittadina della zona di S. Lorenzo è stata presa in attenta considerazione.
Negli ultimi anni del I millennio però l’agglomerato altomedievale che aveva avuto  origine romana perse progressivamente importanza e finì per essere quasi totalmente abbandonato. La decadenza fu attribuita a incursioni saracene: i predoni arabi, che si sarebbero insediati a Fraxinetum (Saint Tropez), avrebbero poi valicato le Alpi e compiuto scorrerie in Piemonte.
Più che ad ipotetiche, mai sicuramente provate, razzie saracene, il declino dell’antico centro fu dovuto a guerre tra signori e signorotti per la supremazia su territori più o meno estesi. In un piccolo centro abitato situato in  aperta pianura era difficile organizzare un’efficace difesa; risultava più conveniente raggrupparsi alla base di un colle sulla cui sommità si fosse costruito un edificio fortificato, dal quale partissero mura a racchiudere in un abbraccio protettivo le case del villaggio.
Forse un insediamento molto antico, pre-romano, già esisteva ai piedi della collina più vicina e prese nuovo impulso. Il nome, Quadralium o Quadratulum, gli derivò probabilmente dalla forma che ebbe all’inizio oppure dalla divisione del terreno effettuata con la centuriazione romana.
 Il primo documento sicuramente autentico che cita Caraglio è del 1018 e parla di donazioni di poderi effettuate da alcuni nobili.
Tra i più antichi signori del nostro paese vi fu Alberto di Sarmatorio che ottenne la conferma dei suoi diritti dai Marchesi di Torino che avevano sul luogo l’alta signoria. Questa alta signoria poi passò al Marchese del Vasto, signore del Monferrato, ed in seguito al marchese di Saluzzo, con interferenze varie dei vescovi di Torino e di Asti.
 
 La leggenda di Cecilia
A quest’epoca venne fatta risalire la rivolta dei popolani contro il loro signore che avrebbe preteso di avere le spose dei sottoposti la prima notte delle nozze, vantando antichi diritti. I paesani si sarebbero ripetutamente lagnati dell’insopportabile abuso e il feudatario avrebbe promesso di astenersi da quell’odiosa imposizione; ma avendo poi tradito la parola data, la popolazione sarebbe insorta, costringendolo alla fuga.
In seguito, temendo le ritorsioni dei Marchesi, i più coinvolti nella sollevazione avrebbero abbandonato il paese e si sarebbero rifugiati sull’altipiano alla confluenza del fiume Stura con il torrente Gesso, terra di proprietà dell’abbazia di S. Dalmazzo, e lì avrebbero fondato la città di Cuneo.
Questi fatti, riferiti da codici cuneesi del ‘400, in realtà non sono mai avvenuti: lo jus primae noctis era al massimo una tassa in denaro da pagare per ottener il permesso a contrarre il matrimonio. La leggenda, creata dai Cuneesi per dare un alone di gloria alla nascita della loro città,formatasi con migrazione di gente dai marchesati vicini, fu ripresa nell’800 da verseggiatori, scrittori e commediografi locali e dalle loro composizioni traggono ora il nome le maschere del carnevale caragliese. La finestra da cui si affacciava Cecilia ancor oggi situata in via A. Brofferio



 
 
 
  Proseguendo nell’excursus sulla storia, troviamo Caraglio elencato tra i paesi appartenenti al distretto di Cuneo dopo che questa città nel 1259 si era data al conte  di Provenza Carlo I d’Angiò. Il dominio angioino fu discontinuo e contrastato e il nostro paese tornò per un certo tempo a far parte del Marchesato di Saluzzo e poi dal 1305 fu nuovamente, per una quarantina d’anni, sotto il re Carlo II d’Angiò.  In seguito ad una guerra alla quale parteciparono i Visconti di Milano, il conte di Savoia e i Marchesi di Saluzzo e di Monferrato, il paese, nel 1347, tornò al Saluzzo. Otto anni dopo entrarono in conflitto i Visconti e il Marchese e Caraglio fu assediata dai Milanesi, ma il 5 settembre 1355 i contendenti stipularono una tregua nella chiesa di San Paolo e i Visconti si ritirarono.
Nel 1360 il Conte Verde Amedeo VI di Savoia prese Caraglio; nelle varie fasi della guerra il paese dovette subire l’occupazione delle terribili bande di Anichino di Baumgarten, capitano di ventura tedesco al soldo del Savoia.
Amedeo di Savoia, consolidato il suo possesso, l’11 luglio 1374 concesse diritti, libertà, franchigie e privilegi per cui la comunità, rappresentata da sindaci e consiglieri, fu autorizzata ad emanare statuti ed ordinamenti interni.
Il conte di Savoia assegnò nel 1376 la bassa signoria su Caraglio, ad un capitano di ventura inglese John Hawkvood per ricompensarlo dei servigi che gli aveva reso. Giovanni Acuto – così era stato italianizzato il nome dell’inglese – non mise mai piede nel paese che fece amministrare da un castellano fino al 1393 quando vendette i suoi diritti per 6000 fiorini al principe Amedeo d’Acaja e questi subito li cedette a Bartolomeo ed Oddone Solaro, già consignori di Casalgrasso.  
Il ‘400 trascorse tra liti, a volte sanguinose, con i comuni di Bernezzo e di Valgrana per la definizione dei rispettivi confini; poi scoppiò una guerra tra il Marchese di Saluzzo e il duca di Savoia e il castello di Caraglio nel giugno 1486 fu occupato dai Saluzzesi.
I Solaro mantennero la bassa signoria del paese per 176 anni e lasciarono traccia di sé in opere da loro ordinate e tuttora conservate: dipinti murali e capitelli scolpiti, recuperati nell’anno 2000, nella chiesa di S. Giovanni; affreschi del 1410 nella cappella interna del castello; fonte battesimale datato 1498, proveniente dal precedente antico oratorio di S. Maria, nella chiesa parrocchiale.  Anche la residenza nobiliare dei Solaro ancora esiste ed è l’attuale canonica della chiesa parrocchiale      .
 
Le tragedie del ‘500
Tutto il secolo XVI fu occupato da guerre tra Francia e Spagna, combattute sul territorio italiano; per Caraglio rappresentò un periodo tragico e pieno di travagli.
Nel 1524 ci fu il tentativo fallito del Marchese di Saluzzo di assaltare il castello; nel 1536 il Marchese, per conto dei Francesi riuscì ad occupare il paese.
Poi  s’inserirono le tragiche imprese di Antonio Torresano, farmacista bovesano, cacciato da Cuneo ove aveva compiuto un assassinio nella chiesa di S: Francesco; approfittando del conflitto, si trasformò in capo di bande armate e si mise agli ordini dei transalpini con il grado di colonnello.
Dopo aver colpito in varie parti del Piemonte, arrivò a Caraglio e si accampò, con circa duemila uomini, sulle sponde del torrente Grana. Il 17 marzo 1537 sopraggiunsero reparti di truppe imperiali spagnole che dalla pianura attaccarono gli uomini di Torresano, bombardati anche dall’alto  della collina dai cannoni del Marchese di Saluzzo che occupava il castello. I reparti del Torresano furono sconfitti e massacrati, mentre il paese veniva messo a ferro e a fuoco; ma il loro capo riuscì a fuggire. Il masnadiero in breve tempo costituì un’altra banda e tornò a Caraglio ove sorprese ed annientò la guarnigione spagnola lasciata di presidio, saccheggiò ed incendiò il paese, uccise quanti riuscì a trovare e danneggiò gravemente il castello, che fu poi definitivamente abbattuto  nel settembre del 1558 dalle artiglierie del marchese di Pescara, comandante degli Spagnoli.
 
La Riforma e la Controriforma
Mentre gli eserciti francesi ed ispanici si affrontavano in Europa, Casa Savoia aveva praticamente perso in Piemonte tutti i suoi possedimenti; il duca Emanuele Filiberto per conto degli Spagnoli governava le Fiandre, dove, combattendo e guidando valorosamente le truppe affidate al suo comando, il 10 agosto 1557 a S. Quintino vinse i Francesi in una battaglia decisiva per le sorti della guerra.
La pace di Cateau Cambrésis nel 1559 restituì a Emanuele Filiberto le sue terre nelle quali i conflitti avevano distrutto l’economia e l’ organizzazione statale.
I pessimi esempi dati dal clero cattolico, più interessato al possesso di beni materiali che alla cura delle anime, avevano agevolato il propagarsi dell’eresia, predicata da pastori riformati e sparsa dalle occupazioni di soldati stranieri
In Caraglio si era molto diffusa l’eresia ugonotta, sostenuta anche dai Solaro.Tra protestanti e cattolici si manifestarono violenti contrasti, le chiese furono danneggiate; S. Giovanni, semidistrutta, venne trasformata per la sua posizione in alto sulla rocca all’inizio del paese in fortilizio, nel quale gli eretici si chiusero a difesa.
Infine il duca Emanuele Filiberto decise un’azione risolutiva: il 4 luglio 1569, convocata nella chiesa di S. Maria l’assemblea dei capifamiglia,  impose l’abiura alla eresia e il ritorno alla fede cattolica. La cerimonia, le riparazioni degli edifici sacri rovinati, la liberazione degli arrestati costarono alla comunità 10500 scudi d’oro. I Caragliesi chiesero ed ottennero  di passare sotto la diretta signoria di Emanuele Filiberto, ma dovettero pagare il riscatto dai Solaro, fissato in  altri10000 scudi da sborsare in tre rate.
 
Il ‘600: i frati, la peste, i  Marchesi di Caraglio   
I Solaro con gli avvenimenti del 1569 persero il feudo e Caraglio non avrebbe più dovuto essere soggetta ad altri signori di rango inferiore, ma il figlio di Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I, pressato dalla necessità di raggranellare soldi, il 29 gennaio 1585 vendette il paese al conte Tommaso Isnardi di Sanfrè che, nonostante le proteste dei Caragliesi, assunse il titolo di Marchese di Caraglio, prese possesso del palazzo dei Solaro e del castello rovinato.
Nel 1611 furono inviati a prendere residenza stabile in paese alcuni frati cappuccini che con la presenza continua e con la predicazione contrastassero validamente l’eterodossia. I frati restaurarono le chiese rovinate e si fecero molto apprezzare nel 1630 quando infuriò la peste bubbonica e Caraglio fu tra i centri più colpiti.
Il piccolo borgo, chiuso nella cerchia muraria medievale che partiva dal castello, ormai distrutto ed abbandonato, con tre piccole chiese comparrocchiali, diviso nei settori di Serranone, Mercato e Celleri, con le case allineate lungo la via principale stretta e un poco tortuosa, superata la peste e nonostante le guerre, aveva intanto incominciato a crescere e ad espandersi al di fuori delle mura, divenute ormai, con l’avvento dell’artiglieria, inutile difesa.
Anche la circostante campagna era più coltivata; le imponenti selve che si estendevano verso Dronero e verso Busca erano state progressivamente abbattute, i terreni incolti dissodati e trasformati in pascoli (Paschera S. Carlo, Paschera S. Defendente, Prata, Pranova).
 
Pochi anni dopo la fine della pestilenza, nel 1635, scoppiò una guerra tra i principi di Casa Savoia e le truppe francesi, che sostenevano le ragioni della reggente “Madama” Cristina, sorella del re di Francia, assediarono Cuneo e dilagarono nelle campagne e nei borghi circostanti. I Caragliesi dovettero cercare nei boschi  rifugio contro le violenze dei soldati d’oltralpe.
Cessata questa guerra, a Caraglio arrivò da Torino Giovanni Girolamo Galleani il quale nel 1678 impiantò una filanda e un filatoio da seta, la presenza del quale stimolò altri imprenditori ad avviare un buon numero di filande e così il paese, che era sempre stato un centro ad economia quasi esclusivamente rurale, conobbe un periodo di forte industrializzazione.
(Il grande edificio del Filatoio, prezioso documento di archeologia industriale, completamente restaurato e dotato di attrezzature e macchinari rifatti conformi agli originali del ‘600 è attualmente un centro d’attrazione e un sito qualificante del territorio caragliese)
 
Il Settecento
Nel 1740 iniziò la guerra di Successione Austriaca: i Gallo-Ispani invasero il Piemonte, alleato dell’Austria e nell’agosto 1744 assediarono Cuneo. Il 19 agosto truppe nemiche piombarono su Caraglio, incendiarono molte case, saccheggiarono a più riprese il centro abitato e la campagna e uccisero diverse persone. La strenua difesa di Cuneo, guidata dal barone Federico Leutrum, gli attacchi dell’esercito piemontese e l’avanzarsi della stagione costrinsero i nemici a ritirarsi.
Nel 1748 il marchese Ignazio Isnardi, difensore di Alessandria e poi governatore della cittadella di Torino, morì e il nostro paese passò a Filippo Valentino Asinari di S. Marzano che acquistò il feudo e il titolo; il figlio Filippo Antonio fu l’ultimo Marchese di Caraglio.
Nel 1789 scoppiò in Francia la rivoluzione. Nuovi concetti propugnati dalle menti più illuminate stavano diffondendosi tra i borghesi e gli operai che prendevano coscienza della loro dignità e del loro peso politico. Per stroncare il moto rivoluzionario che aveva dato origine a stragi ed eccessi ed impedire il diffondersi delle nuove idee, le monarchie europee intervennero militarmente contro la Francia. Il Piemonte di Vittorio Amedeo III, che partecipava alla coalizione, fu invaso e vinto da una armata francese, comandata da un giovane generale, Napoleone Bonaparte.
A Caraglio, dopo l’occupazione di Cuneo del 29 aprile 1796, i rivoluzionari nostrani bruciarono le patenti di nobiltà, sostituirono l’amministrazione comunale con un Consiglio di Municipalità, imbandierarono un olmo definendolo “Albero della Libertà”. Non tutti erano d’accordo con i giacobini e serpeggiava un forte malcontento che ad un certo punto esplose. I rivoluzionari furono scacciati e contadini armati  batterono le campagne braccando soldati francesi isolati.
La reazione dei transalpini non tardò ad arrivare: il 14 maggio Caraglio fu saccheggiata, furono uccise ventidue persone, il comune dovette pagare una cospicua somma agli occupanti. Trascorsi alcuni mesi, dopo aver ancora ucciso altri quattro caragliesi, i Francesi si ritirarono poiché si stava avvicinando l’esercito austro-russo, ma Napoleone con la vittoria di Marengo (14 giugno 1800) ebbe nelle mani tutta l’Italia settentrionale e il Piemonte divenne una provincia dello stato francese.
Il sec. XVIII registrò un grande sviluppo edilizio: furono costruiti vari palazzi, si edificò la nuova chiesa parrocchiale (1779), il paese continuò ad ampliarsi ed acquisì l’aspetto che tuttora conserva nel suo impianto generale.
 
L’Ottocento e il Novecento 
Caduto l’impero napoleonico Caraglio ritornò sotto Casa Savoia e seguì le vicissitudini storiche del regno di Sardegna prima, del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana poi, partecipando con suoi cittadini alle battaglie risorgimentali, alle campagne d’Africa, ed alla II Guerra mondiale ed alla Guerra di Liberazione.
Nell’’800 e nel ‘900, grazie alla generosità ed allo spirito d’iniziativa d’encomiabili Caragliesi sono sorte varie benefiche istituzioni che tutt’ora forniscono i loro servizi: l’Ospedale Civile S. Antonio (1832- ora R.S.A. e nuova struttura per lungodegenti), la Società di Mutuo Soccorso degli Artisti e degli Operai (1851),  l’Asilo Infantile (1869 – ora Scuola Materna non statale paritaria ), la Cassa Rurale di Prestiti (1892 – ora Banca di Caraglio, del Cuneese e della Riviera dei Fiori), l’Ospizio dei Poveri Vecchi Cronici (1896 – ora Casa di Riposo S. Giuseppe), l’Istituto Agricolo Fratelli Brignone (1921 – ora Centro Diurno “Il Castello” gestito dal Consorzio per i servizi socio-assistenziali delle valli Grana e Maira).
Dal 1861 Caraglio dispone di un Teatro Civico, ottenuto trasformando la chiesa della Confraternita dell’Annunziata; inoltre é funzionante il  moderno cinema-teatro parrocchiale “Contardo Ferrini”.
Per quanto riguarda la cultura è attiva la Biblioteca Civica intitolata all’illustre caragliese prof. Arnaldo Momigliano; per il tempo libero e lo sport esistono punti di aggregazione quali: il Centro d’incontro, l’Oratorio parrocchiale e vi sono campi per tennis, campi per calcio, sferisterio, bocciofila, palazzetto dello sport, campo per motocross, campo per deltaplani, pista per aeromodelli,.
 
Cose da vedere:
Il centro storico medievale, con strutture ed elementi romanici e gotici;
Il Filatoio (1678), museo della seta, spazio espositivo per mostre;
La Chiesa Parrocchiale (1779), dall’amplissima volta centrale, con fonte battesimale dei fratelli     Zabreri (1490); dipinti di Luigi Morgari.
La Chiesa di S. Giovanni, d’impianto gotico: lastra sepolcrale 1474, ciclo pittorico dei fratelli Biazaci ( seconda metà sec. XV) , crocifisso processionale del sec XVI, quadro del Cleret;
L’ex Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, romanica, in fase di restauro;
 
La chiesa con altare ligneo e l’ex convento dei Cappuccini ristrutturato e sede dell’Associazione “Marcovaldo”;
Il santuario della Madonna del Castello, con affreschi del 1410;
La villa Vacchetta (1910/11), “fiore all’occhiello dell’Art Nouveau cuneese”
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